sabato 23 luglio 2011

Riflessioni,senza alcuna pretesa, sull'odio

Hannah Arendt

Penso all’odio, penso a  quello che è successo ieri in Norvegia e penso spesso a quello che avvenne nel periodo del nazifascismo in Europa. Sono difficili da capire le ragioni dell’odio, cos’è che fa scattare in testa, ad uno o più individui, la molla per compiere azioni mostruose? Mi vengono in mente le parole di Hannah Arendt: “È anzi mia opinione che il male non possa mai essere radicale, ma solo estremo; e che non possegga né una profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. È una sfida al pensiero, come ho scritto, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s'interessa al male viene frustrato, perché non c'è nulla. Questa è la banalità. Solo il Bene ha profondità, e può essere radicale.” Rifletto spesso sul male, su questa sua banalità. Giovedì, nel post in cui parlavo della canzone di Umberto Tozzi, ho scritto delle persone che commentano in modo incivile sotto i video in YouTube, ho sottolineato quanto stupide siano le loro ragioni urlate che generano spesso in offese. Ora il collegamento ai fatti nella Norvegia, al nazismo, a YouTube e,  perché no, anche alle offese che ogni tanto ricevo su questo blog, può sembrare sciocco e ridicolo, forse lo è ma medito spesso sulle parole della Arendt, lei dice che il male è estremo e mai profondo. Chi si pone anche solo verbalmente con la violenza usa l’istinto, non va a fondo alle cose perché basa tutto sull’emotività e mai sulla ragione. Negli articoli usciti oggi, riguardo al colpevole della strage in Norvegia, si legge la parola “fondamentalista” sinonimo di estremo. La follia di Hitler si diffuse, come un fungo in una vastissima zona come una nazione. Un popolo intero si fece prendere dall’emotività, e non dalla profondità della ragione, e si affidò ad uno psicopatico. Hannah Arendt seguì il processo Eichmann e ne scrisse un libro: “La banalità del male”. E’ uno dei libri che più mi hanno colpito e su cui rifletto spesso. Ad un certo punto vi si legge che Eichmann (organizzatore dei “carichi” degli ebrei destinati ad Auschwitz) disse che  siccome Hitler da semplice imbianchino era diventato il Fuhrer  lui non si poneva nessun dubbio sul fatto che le sue azioni fossero scriteriate o giuste per cui per lui era “normale” obbedire ai suoi comandi. La Arendt lo definì come l’incarnazione stessa della banalità del male.
In Norvegia la persona che ieri ha distrutto tante vite umane era sola, Hitler fondò un impero pronto a servire la sua mente farneticante. L’autoritarismo fa leva sulla superficie, non per nulla, nei regimi assolutistici, fin da giovanissimi si viene educati al culto di una persona o di un’idea e si lavora affinché la mente non vada in profondità. Io non so cosa possa far scattare l’ira cieca di una persona che si arma  e compie una massacro, non ho idea di come un uomo possa decidere il destino di milioni di vite umane basandosi sui suoi bassi istinti. Sarò  sicuramente stupida ma non riesco a non associare questa violenza a quella che domina il nostro quotidiano, questo assurdo bisogno di supremazia anche nelle  cose più insignificanti. I mass media vanno a nozze e pompano l’emotività delle masse, c’è sempre qualcuno da odiare e condannare urlando e la nostra classe politica non da certo  il buon esempio. Di conseguenza anche nelle più piccole situazioni si ricorre alla violenza verbale spesso condita da minacce … funghi che si diffondono in superficie. Si coltiva l’ignoranza (io spesso ironizzo amaramente su questo) per tenere sotto controllo il popolo. Ci si scontra e raramente ci si confronta apportando in modo sereno le proprie argomentazioni. Il male è una sfida al pensiero ed essendo senza ragioni si sente frustrato, da li nascono piccole e grandi azioni criminali.
Nelson Mandela non ha mai urlato e non ha mai offeso la “razza bianca” che teneva in segregazione il suo popolo, ha fermamente ribadito le sue ragioni forte delle sue “profonde” convinzioni che come radici lo hanno tenuto saldo. Si è fatto 27 anni di carcere ma dopo è diventato presidente del Sudafrica. Quest’uomo è un meraviglioso esempio della profondità del bene e siamo fortunati ad aver assistito ad un pezzo della sua storia.  
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