martedì 12 aprile 2011

Eva

Eva rincorreva puntualmente l’autobus e ci entrava dentro tutta sudata con le guance rosse. Rischiava sempre di cadere  per via di quelle strane scarpe che si ostinava a mettere ma in cui si sentiva veramente se stessa. Stava li, strizzata fra tutte quelle persone in quel giorno di pioggia. Ascoltava musica triste  dal suo walkman, via via che il nastro scorreva l’espressioni sul suo volto cambiavano, si poteva  capire quale motivo  stesse ascoltando semplicemente guardandole il viso.  Eva aveva 19 anni, vestiva di nero e non dava confidenza a nessuno.  Tutte le mattine saliva su quell’autobus noncurante di lei. Vedeva le persone cambiare abbigliamento, senza mai cambiare espressione. Scrutava lo scorrere delle stagioni, quell’accozzaglia umana che cambiava colore e odore della pelle. Lei rimaneva sempre fedele a se stessa e godeva un mondo nell’isolarsi pur stando in mezzo alla folla. Il suo trucco era sempre troppo forte per la sua bianchissima carnagione e il nero degli occhi era passato con  doviziosa imperfezione. Le sue canzoni erano sempre le stesse, a metà percorso rigirava la cassetta e il giorno dopo ricominciava da capo. Con il tempo poteva osservare la città che cambiava, i pochi negozi che aprivano, i molti che chiudevano. Strade violentate dai lavori in corso, nuovi modelli di trasporto pubblico all’avanguardia e auto sempre più volgari. Eva manteneva il suo stile, sarebbe salita sempre sull’autobus, avrebbe vestito sempre allo stesso modo e sentito solo la sua musica, niente poteva intaccare il suo mondo. Le piacevano le mattine di pioggia come quella, la portavano lontano nei ricordi, la riportavano al giorno in cui  era morta. 





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