mercoledì 28 settembre 2011

Il sorriso di Joséphine

Donna, nera, povera, eppure divenne una delle dive più amate di tutti i tempi. Joséphine Baker nacque in una specie di bidonville presso St. Louis  nel 1906. Cominciò a lavorare a 7 anni come serva, subì molestie sessuali, fu vittima della violenza, del razzismo e si sposò due volte che era ancora una bambina. Sfuggiva alla miseria andando a sognare negli spettacoli riservati ai neri del Boxer Washington Theatre. Cominciò a cantare in strada poi entrò nel coro della sua città, era dotata di una voce incredibilmente agile e brillante e di un sensualissimo corpo dotato dell’armonia e dello spirito dell’Africa e dei nativi americani. Giovanissima debuttò a Broadway e a 19 anni si ritrovò a Parigi a mandare in delirio il teatro degli Champs Elysées con le sue canzoni ironicamente allusive e il suo corpo ricoperto solo da un gonnellino di banane. Joséphine era un cocktail esotico i cui ingredienti erano la sua bellezza e la sua straordinaria vitalità che esplodeva in incandescenti charleston.  La Francia era è ai  suoi piedi, la sua canzone J'ai deux amours ebbe un’incredibile successo tanto da diventare uno standard jazz. Nel 1936 tornò negli States nella speranza di  raccogliere in patria lo stesso successo avuto in Europa, ma  pur essendo una star internazionale non poteva entrare dagli ingressi principali, molte azioni “normali” le erano precluse, le barriere del razzismo erano ancora imponenti. Tornò a Parigi e in barba a questo  ottenne la nazionalità francese. Mi piace pensare che sia stato il debito di gratitudine che nutriva verso la Francia ad indurla a entrare nei servizi segreti della France Libere. Con i suoi spettacoli in giro per il paese recapitava messaggi rischiando la  propria vita,  nel periodo della liberazione offrì i suoi servigi alla Croce Rossa cantando per i soldati al fronte, venne decorata da De Gaulle con la Legion d'Onore. Ebbe altri due mariti, non potendo avere figli  adottò 12 bambini provenienti  da varie parti del mondo che chiamava “la mia tribù arcobaleno”, praticamente cadde in rovina per mantenere la sua grande  famiglia. Lottò per i diritti civili e nel 1963 partecipò alla marcia organizzata da Martin Luther King. Gli ultimi anni della sua vita li trascorse nel Principato di Monaco grazie all’ospitalità offertale dalla Principessa Grace. Si esibì fino al giorno della sua morte avvenuta per emorragia celebrale il 12 aprile del 1975.
Ogni volta che mi capita di vedere una sua foto non posso fare a meno di ricambiare istantaneamente  il suo sorriso, non so come spiegarvelo, ma arriva, arriva al di là del tempo e dello spazio. Lei era divina e al tempo spesso dotata di un’umanità straordinaria. Vale la pena di ricordarla perché era una donna, perché ha vinto contro il razzismo, perché  ha lottato per la libertà della sua nazione, perché ha amato la sua tribù colorata e tutti noi.

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