lunedì 6 dicembre 2010

Fidelia


Si faceva  un gran male ascoltando quelle canzoni di continuo che le ricordavano un passato che non aveva mai avuto, che la trasportavano in viaggi mai fatti, in  dimensioni mai conosciute, ma a lei piaceva  soffrire. Insisteva nel suo masochismo,   le pale dei mulini della sua mente viaggiavano a  velocità  incredibili.  Sognava  di tramonti nei luoghi dove il cielo fa all’amore con il mare o con le colline. Si  avvolgeva solo  di  note come  fossero una coperta per ripararsi dal freddo della sua solitudine.
Non aveva nemmeno il coraggio di cantare  perché anche questo poteva disturbarla. Per la stessa ragione  non voleva vedere nessuno perché aveva paura che qualcuno potesse distruggere i castelli delle sue illusioni. Era capace di  essere chi le pareva, un’amante ferita,  una ragazza   che scopre l’amore, una  donna lasciata,  una femmina che  fa impazzire di desiderio. Poteva  vestire anche gli abiti di un uomo,  di un bambino, la pelle e le piume di qualsiasi animale,  aveva la possibilità di giocare con una vastissima gamma di sentimenti  e sentirsi chi o cosa voleva.
Si sentiva viva quando era sotto quel mistico incantesimo, non avrebbe voluto che nutrirsi di questo.
Ma la vita la costringeva alla realtà, ad un lavoro che non amava, ad un ambiente che non era il suo, a sopportare della musica terribile nelle radio dei negozi e in ogni dove ci fosse un amplificatore pronto a vomitare note insulse che irritavano i suoi fragili nervi. Fu così che un   giorno decise  di farla  finita con quella tortura  e si chiuse nel suo laboratorio. Costruì un primo apparecchio in grado di neutralizzare alcune frequenze disturbatrici  ma purtroppo  era cinico e difettoso poiché troncava le parole  d’amore in  ogni canzone. Poi  fabbricò  una capsula per allontanare ogni interferenza molesta, ma anche questa si rivelò un fallimento perché  sprovvista di servizi di primaria importanza per la sopravvivenza.  Realizzò delle cuffie isolanti  che trasmettevano solo  le sue musiche preferite, ma le dimensioni di queste erano esagerate e le procuravano infiniti dolori alla cervicale.
Si dovette arrendere ad una vita  fatta d’insulsi inquinamenti acustici, un’esistenza dove doveva per forza  confrontarsi con altri e sentire voci  irritanti che la perseguitavano in ogni dove.
Cercava di ovattarsi i padiglioni auricolari quando le era possibile, cercava di limitare le sue uscite.
Passò infiniti  giorni in solitudine  odiando le intrusioni  sonore e chi le commetteva, non riusciva a  trovare la felicità  che la musica  le dava  perché ogni giorno la sua frustrazione rodeva  anche i suoni e le parole  più affascinanti.
Meditò persino il suicidio, ma non avendo avuto la sicurezza di che musica avrebbe trovato nell’aldilà  respinse anche questa ipotesi.
Poi un giorno ebbe un illuminazione.
Fu così che si buttò in politica e divenne dittatrice,  ci furono molti  morti, molti prigionieri che cercarono di ribellarsi  ma lei riuscì a collocarsi come  comandante  suprema  obbligando  tutti all’ascolto di  melodie che lei imponeva sull’ormai inerme popolazione.
La cosa li per li funzionò, passarono dei mesi di vera gioia, ma poi sopravenne una strana inquietudine, quella musica tanto amata, una volta imposta con la forza, perse ogni dolce sapore.
Ormai era incastrata, non poteva dimettersi, non poteva cambiare le regole.
Ma ancora una volta le venne in aiuto la fortuna, i sovversivi l’assalirono e la ridussero in coma, venne  depositata in un ospedale dove continuamente le facevano sentire i suoi cd preferiti, l’unico guaio erano le batterie quando si scaricavano perché  lei non poteva cambiarle, ne chiedere aiuto. 

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