giovedì 10 febbraio 2011

A Silvio (perdonami Giacomo)


Silvio, rimembri ancora
quel tempo della tua vita immorale,
quando bel topà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e lieto e penoso, il limitare
a spompettar tù salivi? 
Sonavan le quiete
stanze, e le vie d'intorno,
al tuo perpetuo canto,
allor che all'opre femminili intento
si sedevan su di te e eri, assai contento
di quel vago venir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
così menarlo il giorno. 
Noi con stipendi leggeri
talor lasciando  le sudate carte,
ove il tempo e le cambiali
si spendea la miglior parte,
d’in su du’coglioni del patema ostento
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tele.
Mirava il ciel sereno,
le ville dorate e i condonati orti,
e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
quando tu palpavi il  seno. 
Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvio!
Quale allor ci apparia
la vita umana e “il fatto quotidiano”!
Quando sovviemmi di cotanta rabbia,
un effetto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di nostra sventura.
O natura, o natura,
perché ti riprendi poi
quel che ci hai dato allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi? 
Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
tu chiuso morbo combattivo e vinto,
tu che non perivi, o poverello. E non vedevi
l’appassir  degli anni tuoi;
non ti molceva il core
la pelle flaccida le tue finte chiome,
or degli sguardi innamorati e schiavi;
né teco le compagne dei tuoi festini
ragionavan del gabbatore. 
Anche perìa fra poco
la speranza mia amara: agli anni miei
ove negavi i fatti
dinnanzi all’evidenza. Ahi come,
come passato sei,
presidente dell’età mia nova,
mia lacrimata speme!
Questo è il mondo? questi
il  bungar, la corruzion, l’opre, gli eventi,
onde cotanto con Ghedin ragionasti insieme?
sulla sorte delle umane genti?
All’apparir del vero
tu, misero, cadesti: e con la mano
la fredda pompetta ed una minorenne ignuda
mostravi di lontano.  

Posta un commento