sabato 10 settembre 2011

El derecho de vivir en paz, omaggio a Victor Jara

Vittime, carnefici, siamo carne da macello per chi governa questo pianeta, non contiamo nulla noi come chi muore quotidianamente per cause legate alla povertà. Il Sipri (Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma) ha stimato, nel 2008,  che con il 10% dei soldi destinati alle spese militari, almeno per quell’anno, si potevano risolvere i problemi legati alla malnutrizione e alla fame, si poteva offrire la scolarizzazione ad ogni bambino del pianeta, si poteva fermare la diffusione di AIDS e malaria, si potevano fare enormi passi per l’emancipazione delle donne. C’è ovviamente  una  forte volontà di far girare le cose in  maniera che su una parte della Terra si crei una civiltà soggiogata dalla paura, si alimentino conflitti vari mantenendo molte zone del pianeta in miseria e si sia dipendenti di quelle poche migliaia di persone che gestiscono la produzione e il controllo delle materie prime.  Detto questo non voglio parlare in  questa ricorrenza delle torri gemelle, ravviso riguardo a questo (e molto altro) una presa per i fondelli mondiale e il totale disprezzo riguardo alla vita di chi  gioca con noncuranza sulle nostre teste. Voglio brevemente ricordare un uomo che sapeva semplicemente distinguere il bene dal male, che pensava non al proprio interesse, ma idealmente al bene comune: Victor Jara.  Questo uomo nacque nel 1932 in Cile da una famiglia contadina di origine Mapuche, (su wikipedia  si trova la sua biografia e vi consiglio, per chi volesse approfondire la sua vita, il libro che sua moglie Joan scrisse su di lui intitolato “Una canzone infinita” in cui vi è una splendida introduzione scritta di Luis Sepùlveda). Jara ebbe una vita dura eppure mostrò fin da piccolo un atteggiamento curioso verso l’arte, probabilmente per merito di sua madre cantante e profonda conoscitrice delle proprie tradizioni musicali. S’interessò, oltre della musica, anche del teatro, ebbe modo di seguire quella straordinaria artista che fu Violeta Parra e conobbe sua moglie Joan (che all’epoca era una ballerina) nel 1961.  Nelle sue canzoni si respira fortemente un sentimento di giustizia sociale. All’epoca in Cile, come in gran parte del mondo occidentale, c’era un gran bel fermento di giovani idealisti che contestavano i soprusi e le guerre. C’era Pablo Neruda e in quel paese l’arte veniva ritenuta come valore di cui tutti avevano il diritto di fruire. C’era un uomo di nome Salvador Allende, con un grande sogno socialista che arrivò alla presidenza del suo paese nel 1970 regalando la speranza che un mondo diverso fosse realmente possibile. C’erano però  i capitalisti, coloro che non volevano il cambiamento, c’erano gli USA con la Cia, c’era e c’è ancora la Scuola delle Americhe che all’epoca aveva sede in Panamà.  C’era un 11 Settembre ed era quello del 1973 quando i  carrarmati fecero il loro ingresso a Santiago e in altre città del Cile e i militari con i caccia assediarono  El Palacio de la Moneda. In quell'11 Settembre 1973 ci fu il disperato appello di Allende a Radio Magallanes , il Presidente volle incoraggiare fino all’ultimo la sua gente dicendo: “La storia è nostra e la fanno i popoli”. Non si  piegò, non si fece prendere vivo dai militari. Poi c’erano tante persone che come Victor Jara sentirono che non ci si poteva arrendere e corsero a sostenere Salvador Allende. In migliaia furono fermati e  rinchiusi nello stadio nazionale del Cile (che dal 2003 porta il nome di Victor Jara). Qua in molti vennero torturati e persero la vita, come Victor il quale prima di morire compose la sua ultima canzone che gli venne ritrovata in tasca dalla moglie. Probabilmente fu pochissimo dopo aver composto questa che i militari gli maciullarono le mani, avevano paura delle sue idee.  Così  ci fu il tentativo di annientare la sua opera e venne ordinato di distruggere le matrici dei suoi dischi. Joan Jara riuscì  a ritrovare il marito il 16 settembre dopo un’intera giornata passata a cercarlo fra i cadaveri ammassati. La vedova di Victor riuscì a fuggire dal Cile poco dopo i funerali del marito portando con se i nastri delle sue canzoni. 
Le parole di Jara  sono state più forti della repressione, io come molti nel mondo le ho conosciute dopo la sua morte. Le sentivo da piccola nelle feste dell’Unità, mi emozionavo quando Jara cantava de  El Aperecido  pur non sapendo cosa dicesse e di chi parlasse. Più avanti fu grazie ad un viaggio in Argentina che conobbi la musica dei cantautori latini e le loro straordinarie poesie. La mia curiosità mi ha spinto a conoscere la vita di Violeta Parra, di Mercedes Sosa e ringrazio la vita di averla potuta sentire in concerto per ben due volte.  Ringrazio la vita per aver conosciuto le canzoni  di Victor Jara, per essermi commossa su  Te Recuerdo Amanda, per aver pensato di aprire le gabbie e liberare i bambini come Luchin, per aver potuto cantare a mia figlia una ninna nanna come  Duerme Negrito, per pensare che idealmente anche io posso aderire oggi al suo Manifiesto  “perché una canzone ha senso quando pulsa nelle vene di un uomo che morirà  cantando, sinceramente cantando, la stessa canzone”.
El derecho de vivir en paz
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