domenica 1 maggio 2011

Amarcord

Quando ero piccola stavo in una  casa che si affacciava strategicamente sul parco pubblico del paese. Mia madre ci osservava dal terrazzino e noi fratelli  eravamo liberi di fare il giro dell’isolato per poter andare a giocare nel giardino.  Erano gli anni 70, la strategia della tensione, i cattivi mettevano le bombe, il rapimento Moro, Andreotti con la sua scatola nera attaccata alla schiena, Pasolini ammazzato, le suore della mia scuola elementare che davano  la colpa di tutto ai comunisti, la mia famiglia comunista, la CGIL di Lama, Berlinguer, Fanfani, la Casa del Popolo di pomeriggio e il circolo MCL la domenica mattina con il film per i bimbi che andavano alla messa e dopo di corsa si mangiava la pastina del Cosi in via Montebuoni. I miei ricordi sono quasi tutti tipicamente nostrani, gli odori  mi riportano all’estati di gelsomino,  le mani all’erba fresca nei vicini campi, la bocca il sapore delle tavolette di  carrarmato, gli occhi rivedono il parco pieno di bandiere rosse, ma  gli orecchi risentono dagli altoparlanti le musiche degli Inti Illimani.  Questo gruppo  con le loro  voci, i loro flauti e le loro curiose chitarrine,  invase  il nostro paese e divenne presto anche la voce delle lotte del nostro popolo.  Le loro musiche mi  piacevano da impazzire. Non capivo una parola di quello che dicevano ma li sentivo dentro. Non c’era festa dell’Unità che non li usasse come colonna sonora, non c’era manifestazione che non  gridasse: “El pueblo unido jamas sera vencido!”. Li ho visti varie volte in concerto, li rivedo e li risento sempre con grande emozione. Mi riportano  ad un Italia più intensa, sarò retorica e puerile ma sul serio mi sembrava che i sentimenti fossero più semplici e che fosse normale battersi per il bene comune. Molti anni dopo capii che  rimasero bloccati da noi per via dell’esilio causato della dittatura di Pinochet. Gli Inti Illimani sono sempre nel mio cuore, da grande ho capito le loro parole che spesso erano quelle di Victor Jara, uomo straordinario  trucidato dai soldati di Pinochet, o dell’immensissima Violetta Parra. Parole di giustizia, solidarietà fra i popoli, libertà, calore umano, poesie di lotte e di amore sconfinato. Ho un enorme debito di gratitudine per l’estati del passato perché da quegli altoparlanti che risuonavano El Aparecido in seguito ho amato Mercedes Sosa, la musica, la letteratura, l’arte latinoamericana, dal Messico fino a Ushaia. Mi sono appassionata delle storie della Allende, di Márquez, della Serrano, delle poesie di Neruda  traboccanti di eros, agape, amore per la giustizia e per la gente, dei quadri di Frida Kahlo. Ho conosciuto il Cile di  Salvador Allende con  il suo straordinario sogno socialista. Ho conosciuto El Che seguendolo con la fantasia sulle strade del continente a bordo della sua Poderosa  fino alla sua tragica fine in Bolivia. Ho “sentito” le storie dei desaparecidos, ho visto poi  paesi che hanno avuto o che hanno presidenti donne. Mi sono appassionata del cinema di Tabio e di  quell’aurea surreale presente in moltissimi aspetti dell’arte latinoamericana. I miei piedi  hanno potuto calpestare le terre di Argentina, Brasile, Paraguay e Cuba. Mi è sempre parso di ritrovare in questi luoghi la semplicità di sentimenti che  avvertivo nella  mia infanzia e che voglio ritrovare, soprattutto in me stessa. 


Mio fratello Antonio, io, mia sorella Romina in braccio a mia zia Teresa

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